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 Dalla mensa degli immigrati al dormitorio dei francescani
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Uno poliziotto, l’altro spedizioniere. «Oltre al lavoro abbiamo perso i figli». «Viviamo con i clochard»
MILANO - La storia di Vittorio è di quelle che spezzano la schiena. Su e giù dall’Ortomercato a scaricare casse di frutta insieme agli altri fantasmi nelle notti del lavoro nero. La storia di Francesco, in qualche maniera, è la stessa. Perché lui, quindici anni passati in polizia sulle macchine dei commissariati e una parentesi in Nigeria a difendere dalla guerra gli ingegneri delle piattaforme petrolifere, la schiena se l’è spezzata in strada, quando la vita ha preso una piega mai immaginata.
Le loro storie si sono toccate al tavolo della mensa dei clochard, dei disperati che ogni sera si trascinano da padre Clemente e dai suoi angeli alla vecchia scuola di via Saponaro, quartiere Gratosoglio, periferia, fine di Milano. Vittorio e Francesco. Uniti nella disperazione e nel destino. Di padri separati schiacciati dalla crisi. Vittorio ha 54 anni, al dormitorio di via Saponaro è arrivato due anni fa quando dopo la separazione dalla moglie ha perso il lavoro come spedizioniere a Vicenza e soprattutto ha perso sua figlia Beatrice (7 anni), che oramai non vede da quasi due anni, cioè da quando ha smesso di pagare gli alimenti: «Piuttosto che portarla qui mi butto sotto a un tram».
Vittorio lavorava come tuttofare per il presidente di un’azienda della galassia Fiat di Torino, poi per seguire la moglie ecco il trasferimento in Veneto e il nuovo lavoro per una grande gruppo internazionale. «Le cose non andavano, mia moglie ha vent’anni meno di me. Ho capito che la corda si stava spezzando e abbiamo deciso per la separazione consensuale. Quattro anni fa». Un male sopportabile, almeno per i primi mesi. Poi la depressione, il ricovero in ospedale, niente più lavoro. La vita normale di Vittorio diventa quella di un senza casa: «Ho cercato nuovi lavori. Mi hanno risposto: ha 54 anni, cosa vuol pretendere». Così l’arrivo a Milano per rimettersi in gioco. Un giorno in Centrale e, da due anni, un posto al dormitorio. «Di notte, dalle 4 alle 14, lavoro in nero all’Ortomercato per un padrone salernitano come me, che s’è messo una mano sul cuore. I soldi non bastano per una casa. Neppure per tornare a pagare gli alimenti e rivedere Beatrice». In via Saponaro, in mezzo a balordi, alcolizzati ed ex detenuti, Vittorio ha trovato Francesco, che di anni ne ha solo 37 e una volta in divisa pattugliava le vie dello shopping di Milano.
Anche per lui, lo spartiacque della vita è stato la separazione e l’angoscia di perdere la figlia Martina, di 11 anni. «Facevo il poliziotto, ho sopportato le regole e i controsensi di chi dovrebbe combattere in strada e invece si perde nella burocrazia e nelle regole. Sono esploso. A inizio 2007 ho lasciato la polizia ». Poi una parentesi come guardaspalle dei tecnici petroliferi in Nigeria: «Sei mesi da mercenario per i quali aspetto ancora i soldi: 8.500 euro al mese ». Infine il ritorno, la voglia di trovare un nuovo lavoro e il giro, «a piedi», di tutte le agenzie interinali di Milano e provincia. «A giugno, senza una casa, sono finito in via Saponaro. Sto ancora cercando un lavoro. Padre Clemente mi sta dando una mano, ma la crisi non lascia tregua». E Martina? «Ci siamo parlati al telefono. Non so cosa raccontarle di me. Non deve vedermi così». Gli occhi scuri raccontano di un passato lontano, forse ormai per sempre lontano, e di un presente che lui non avrebbe mai immaginato: «Pensa, avevo conosciuto i ragazzi di padre Clemente quando stavo in polizia: a volte portavamo lì, quando ancora la mensa era dietro la Questura, in via Renzo Bertoni, i disperati che trovavamo in strada. L’ho sempre fatto con il cuore, perché sapevo che Milano, se lo decide, ti può anche ammazzare».
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